Dry needling – Tutto quello che devi sapere come fisioterapista

Dry Needling #Fisioterapisti

Solitamente, al solo pensiero di una puntura di ago ci viene in mente un’esperienza spiacevole, ma non è questo il caso: la puntura a secco, in inglese “dry needling”, rappresenta una cura valida contro il dolore.

 

A cosa serve? 

Il dry needling (DN) è una terapia atta a lenire il dolore di origine muscolo-scheletrica e prevede l’inserimento di un ago all’interno di un punto specifico del muscolo. Stiamo parlando del trigger point (TP): un nodulo o banda tesa, localizzato in un muscolo ed individuabile mediante la palpazione. Il nome (“punto grilletto/innesco”), fa ben comprendere quali siano le sue caratteristiche. È difatti particolarmente dolente e irritabile, ma soprattutto, se premuto a sufficienza, innesca un dolore che si propaga in un’area specifica, riproducibile e distante (spesso) dal punto di applicazione dello stimolo.

I TP sono estremamente comuni, ma in alcuni casi possono essere fortemente disabilitanti e ricorrenti, in grado di causare cefalee, cervicalgie, lombalgie, (ecc.) tali da richiedere la presa in carico di professionisti esperti, tra cui il fisioterapista.

Le modalità di trattamento più comuni sono la terapia manuale, una su tutte la tecnica di digitopressione, e alcune tecniche invasive, come appunto il DN.

 

Un po’ di storia…

Il dry needling deriva dall’agopuntura, che è risalente a circa il II secolo a.C. e origina dalla medicina tradizionale cinese. Infatti, entrambe, prevedono l’utilizzo delle stesse tipologie di ago. Tuttavia, il DN nasce solo qualche decennio fa ed ha un approccio ben più specifico, oltre che un supporto neurofisiologico più consistente.

Il primo studio, riguardante l’efficacia di questa tecnica, fu pubblicato dal professore Karel Lewit, nel 1979 sulla celebre rivista “Pain”. Egli, dimostrò come l’iniezione di anestetico, allora molto praticato, poteva essere sostituito con la sola puntura di ago, priva del farmaco, ottenendo i medesimi risultati. Questo, è il motivo per cui prende il nome di “puntura a secco”. Molti altri autori hanno contribuito alla ricerca del DN, tra questi sicuramente il dottore canadese Chann Gunn; infatti, è conosciuta anche come “tecnica Gunn”.

 

Come funziona?

Principalmente, ne esistono due tipi:

  •       La stimolazione intramuscolare (IMS)
  •       Il dry needling superficiale (SDN)

Il primo prevede che l’ago sia inserito direttamente nel nodulo o banda tesa, mentre il secondo viene inserito superficialmente e in direzione obliqua.

Esistono tanti protocolli e tante varianti di come eseguire tali procedure. Nel caso dell’IMS, in linea generale, una volta individuato il trigger primario e scelta la modalità di presa del muscolo, a pinza (es. trapezio) o con dita a piatto, si inserisce l’ago. Questo, deve essere perpendicolare alla fibra, e scendere in profondità fino a quando non si osserva una risposta contrattile. A seconda del protocollo utilizzato, si può scegliere se estrarlo subito oppure se lasciarlo in sede per diverso tempo, fino a circa mezz’ora.

Gli aghi, classicamente, sono gli stessi di cui si serve l’agopuntura. In particolare, esistono quelli cinesi, che hanno una forma conica e la punta più sottile della base, e gli aghi giapponesi, con la base e la punta dello stesso diametro. La lunghezza dell’ago è variabile a seconda del muscolo bersaglio, fino a raggiungere diversi centimetri per quei muscoli localizzati in profondità.

La tecnica, è relativamente semplice, tuttavia, richiede una formazione adeguata, che preveda una conoscenza approfondita delle strutture anatomiche (vasi sanguigni, nervi e plessi nervosi), un’abilità nel riconoscere eventuali anomalie ma soprattutto nel far fronte a rischi ed eventuali complicanze.

 

Terapia manuale o dry needling? 

Entrambe sono molto efficaci, ma esistono alcune differenze per cui si può preferire una tecnica piuttosto che l’altra.

La prima grande differenza è che il DN, contrariamente alla terapia manuale prevede una procedura invasiva, che espone il paziente a maggiori rischi, talora anche piuttosto gravi. Tuttavia, il dry needling sembra essere indicato in quei pazienti con una soglia del dolore bassa, oltre ad essere più responsivo nelle condizioni croniche.

Chiaramente, la tecnica ha i suoi limiti; Infatti, non tutti i punti sono accessibili, come ad esempio i trigger del diaframma.

Nella maggior parte dei casi, invece, possiamo avvalersi sempre della terapia manuale, che spesso risulta essere anche una buona tecnica di autotrattamento da insegnare ai nostri pazienti.

 

Complicanze

Trattandosi di una tecnica invasiva, i rischi sono alti ed eventuali complicanze piuttosto gravi. Una delle più temibili è sicuramente lo pneumotorace che potrebbe verificarsi a causa della perforazione della pleura mentre si sta trattando un muscolo nell’area toracica. L’aria entra nello spazio pleurico, alterando la meccanica respiratoria con risvolti addirittura fatali. Si tratta di un’urgenza medica, e se sospettato, richiede l’invio immediato al pronto soccorso.

Anche l’infezione è una complicanza importante, ma con piccoli accorgimenti può essere evitata. Infatti, per una corretta procedura, l’operatore dovrebbe utilizzare: dei guanti, del disinfettante, degli aghi sterili e ovviamente monouso, anche perché si smussano facilmente. Ciò, è ancora più valido se il paziente ha una malattia immunodeficiente.

Invece, le lesioni gravi ad organi interni, nervi, o vasi sanguigni sono piuttosto rare. È facile però, che a seguito dell’iniezione avvenga una rottura dei piccoli vasi superficiali, in grado di provocare piccoli sanguinamenti, facilmente contrastabili tamponando il punto.

 

In Italia, il fisioterapista può usarla?

La risposta è un NO secco, e a decretarlo è stato il Consiglio Superiore di Sanità (CSS), il 21 novembre del 2017. Il motivo, sarebbe legato al percorso di studio in Fisioterapia che manca di “un’adeguata preparazione specialistica sia per la pratica di terapie che sfociano nella pratica della clinica medica, sia per il riconoscimento e trattamento d’urgenza delle loro possibili complicanze”. Ciò, è stato deciso nonostante nel 2013, il CSS stesso si era pronunciato favorevole all’esecuzione del DN sotto indicazione medica e in strutture dove fosse presente un medico chirurgo abilitato all’esercizio della professione.

Il DN quindi, è praticabile esclusivamente dal personale medico. Il fisioterapista, non essendo abilitato, se dovesse farne utilizzo, sarebbe perseguibile per abuso di professione medica.

Tuttavia, in molte nazioni, anche Europee, al fisioterapista è consentito l’utilizzo di tale tecnica e perfino la World Confederation for Physical Therapist (WCPT) riconosce la pratica del DN per le applicazioni in fisioterapia muscoloscheletrica secondo l’EBP.

 

Bibliografia

TRIGGER POINT- Tecniche di trattamento, di Niel-Asher. EDIZ. Edi-ermes (2° ediz. Italiana).

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